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Corsa in Montagna

Notizie

Dico la mia sul caso doping di Elisa Desco
17 febbraio 2011
Sempre avanti a testa alta e senza nulla da nascondere!

 

 

Da molto tempo avrei voluto esternare il mio pensiero  su un caso Doping che mi tocca profondamente vedendo coinvolta la mia compagna Elisa Desco. Non l’ho mai fatto finora perché ero convinto che, più che con le parole, saremmo riusciti coi fatti a dimostrare l’estraneità di Elisa da quest’assurda storia.

Lo faccio non solo perchè Elisa vive con me, e chiaramente, è facile accomunare questa sentenza alla mia persona, ma anche perchè ogni uomo difenderebbe a spada tratta la propria donna di fronte ad ogni ingiustizia.

Ora che il Tribunale dell’antidoping ci ha dato torto, vorrei comunque spiegare i passaggi che abbiamo percorso, di una vicenda davvero incredibile, pur sapendo che il tentativo di continuare a professare la nostra innocenza, comporta  il rischio di risultare impopolare agli occhi di molte persone fra cui qualche mio tifoso.

Voglio anche ringraziare tutte le persone che ci conoscono veramente e che ci hanno sempre creduto e sostenuto in questa lunga e dolorosa battaglia.

A loro va il nostro grazie, così,  semplicemente.

Dopo quasi  1 anno e mezzo la commissione del TNA si è espressa, infliggendo all'atleta Elisa Desco una squalifica di due anni per violazione degli art. 2.1, 2.1.3, 2.2 e 10.2 del Codice WADA e al pagamento delle spese processuali.

Una sanzione in linea con le norme e le pene previste, vista la sostanza rinvenuta nelle urine di Elisa. Si segnala solo che la volontà di verificare fino in fondo ogni possibilità di fare chiarezza, ha comportato per Elisa un appesantimento dei tempi della pena;  la validità della squalifica non decorrerà dal giorno del controllo, come è di prassi, ma dal giorno dell’emissione della sentenza (febbraio 2011, invece che settembre 2009).

Con questa  lettera mi  preme sottolineare quanto complessa e articolata sia stata la vicenda e quanti approfondimenti scientifici, burocratici  ed amministrativi necessiterebbero ancora oggi, attorno al tema che ha coinvolto una ragazza semplice, che ha sempre rispettato le regole, che si è sempre sottoposta a tutti gli accertamenti richiesti nello svolgimento della sua attività sportiva.

Per cercare di dimostrare la sua estraneità, Elisa ha percorso ogni strada, compreso il controllo del DNA delle urine incriminate, azione complessa che comporta assunzione di responsabilità, chiamando in causa anche la Giustizia Ordinaria; azione che, chi si sentisse colpevole eviterebbe di effettuare. E’ stato un tentativo estremo, con la consapevolezza delle poche possibilità di stravolgere i risultati, ma necessario per chi, come Elisa, mai aveva assunto sostanze proibite e/o praticato metodi illeciti.

La linea scelta (verifica di tutte le possibilità atte a dimostrare l’estraneità) è stata la più complessa, difficile, e costosa; più semplice sarebbe stato appellarsi alle formalità burocratiche non correttamente applicate durante e dopo il controllo antidoping, tipo la location, tutto fuorché rispettosa delle linee guida della WADA (locali Antidoping situati in un bar pubblico aperto ai normali avventori, mancanza assoluta di privacy), la mancata assistenza dei medici-tecnici federali, la mancanza di un Delegato Antidoping Internazionale come si conviene ad un campionato del Mondo; sarebbe stato doveroso ( e utile) segnalarlo fin da subito per chi avesse qualcosa da nascondere, non per Elisa che, nella totale tranquillità si è sottoposta come sempre al controllo, sottoscrivendo che tutto era “in regola”, anche di fronte alle palesi violazioni sopra citate. 

Come è noto, la sostanza incriminata non PUO' ASSOLUTAMENTE essere assunta inconsapevolmente, in quanto deve venire iniettata, non lasciando dunque scampo ad ogni forma di inconsapevolezza dell'atleta.
Una sostanza bandita da ogni farmacia e a disposizione solo in ambito particolari e specifici (ospedali) e per tale motivo reperibile solamente attraverso frequentazione di canali “dedicati”per le sostanze dopanti, che chiunque abbia avuto a che fare con Elisa farebbe molta fatica ad attribuirle.
Una sostanza ed un trattamento , fra l’altro, costosi, assolutamente fuori dimensione per un atleta che vive del supporto famigliare e che, vincendo un Campionato Mondiale di Corsa in Montagna, non avrebbe economicamente giustificato il ricorso all’uso di tali sostanze. 

E’ utile sapere che Elisa Desco non dispone di medico di riferimento, nemmeno di quello di base, dopo il suo trasferimento dal Piemonte alla Lombardia e  che all’indomani del suo deferimento, la Procura di Saluzzo aprì una serie di indagini condotte dai RIS di Roma, compresi i controlli dei tabulati telefonici e delle mail, sue e di chi le sta normalmente vicino, ma il nome e/o il contatto di Elisa Desco e di altri a lei collegati, non appaiono mai in alcuna fase.   

E' molto strano, ancora, che un’atleta come Elisa, che doveva entrare nel Gruppo Sportivo dell’Esercito si sia sottoposta ad un controllo ematico quattro giorni prima dei Campionati Mondiali di Corsa in Montagna, con un risultato che evidenzia un quadro di assoluta “normalità”, al limite più vicino ai valori del soggetto anemico, piuttosto che di uno in “grandi condizioni”. Chi avrebbe corso il rischio di perdere la possibilità di entrare in un Gruppo sportivo Militare per dedicarsi, finalmente a tempo pieno all’attività sportiva, oltre a quello di mettere a rischio la propria salute?  E’ ancora più strano come, dieci giorni dopo il controllo effettuato al Campionato del Mondo di Corsa in Montagna, ad un nuovo esame del sangue, i valori di Elisa risultassero tutti “nella norma”.

Non si vuole qui entrare nel merito della bontà del protocollo che la WADA ha validato nel 2009, per la ricerca del CERA nelle urine. I pochissimi studi su questa ricerca peraltro, come indicano i due periti che abbiamo interpellato, sono referenziali l’uno dell’altro. Ma oggi un dubbio viene: dal 6 settembre 2009, due soli atleti sono stati trovati positivi con questo controllo  e risulta davvero strano visto che la sostanza di ultima generazione (quella riscontrata nelle urine di Elisa) sia ritenuta dagli scienziati la migliore EPO, perché come dice chiaramente il significato dell'acronimo CERA, stimola per lungo tempo gli "attivatori continui dei recettori dell'eritropoiesi". In un mondo sportivo dove il lato economico ha portato gli atleti a "rincorrere" delle super prestazioni, sembra strano non aver più annoverato fra gli squalificati per CERA, alcun nome appartenente a qualsiasi sport "eccellente", dopo il caso di Elisa Desco.

Elisa Desco avrebbe potuto anche scegliere una strada molto più corta e meno dispendiosa, come quella di fingere di gettare la maschera e confessare tutto per avere uno sconto sulla pena; ha invece voluto lottare con ogni forza morale ed economica per provare a raggiungere (vanamente) la verità.

E’ stata ed è questa una vicenda complessa, difficile, ma che sarà uno stimolo forte per Elisa a proseguire la sua strada a testa alta, senza mai vergognarsi di nulla.



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