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Corsa in Montagna

Notizie

13a Edizione El Cruce Columbia
11 febbraio 2014
Resoconto della tre giorni di gare sui vulcani fra Cile e Argentina

Nello sport, come nella vita, bisognerebbe sempre ponderare bene certe scelte. Il problema è che a volte ci si lascia conquistare da un'immagine, da un video su youtube o da un dettagliato resoconto di una determinata gara su qualche blog, così che nella mente ti entra quel tarlo che non ti abbandona fino a quando decidi che in quell'avventura ci dovrai essere assolutamente. Così si pianifica tutto, trascurando dei dettagli che dovrebbero essere fondamentali. La scelta di correre El Cruce Columbia sui vulcani della Patagonia fra Cile e Argentina è nata a novembre, nel periodo in cui gli unici "allenamenti" riguardavano il raggiungere a piedi, dal parcheggio dell'auto, il reparto ospedaliero per le consuete ecografie dell'adduttore infortunato ad inizio agosto. In quel momento fin troppo ottimistico, mi immaginavo un recupero fisico entro breve tempo, così da essere "quasi" in forma per inizio febbraio, data di partenza per El Cruce. Invece per l'ennesima volta avevo sottostimato il problema non valutando le variabili degli infortuni. Comunque, ormai la decisione era stata presa, a quella gara ci sarei andato e basta. El Cruce Columbia è una corsa a tappe in montagna abbastanza dura, seppur con un taglio molto commerciale. Dopo tredici edizioni è diventata, a ragione, la più importante del Sudamerica. La collaudata macchina organizzativa è ricca e sfarzosa, seppur, a volte, pecchi su piccoli particolari che in competizioni europee daremmo per scontati. Le tappe si disputano in tre giorni, con la gara individuale sfalsata di un giorno rispetto a quella a squadre composta da due atleti, così da consentire a circa tremila "trailers" di godersi in tutto e per tutto questo spettacolare angolo di pianeta, di corsa oppure camminando. I volontari coinvolti sono circa trecento, impegnati già nelle settimane precedenti a montare oltre un migliaio di tende fornite dall'Azienda Columbia, nei due accampamenti previsti. Altra caratteristica del Cruce, è che ogni anno i percorsi cambiano totalmente, e questo oltre al fascino della novità, implica un'ulteriore problema di logistica per gli addetti a tracciare e a garantire la sicurezza. - Tappa 1. La tappa d'esordio per il Cruce individuale, è venerdì 7 febbraio alle ore 8, sulle rive del lago Todos Los Santos avvolto da una atmosfera quasi mistica, con le nebbie basse sul lago e la nera sabbia vulcanica, illuminati, dopo giorni, da un'alba senza pioggia. Il maltempo non ha concesso tregua nelle settimane precedenti, e si dice che in certi tratti il fango presente sia notevole. La lunghezza della tappa è di circa 40km con 1500mt di dislivello positivo e 1700mt negativo, ma sulla carta non sembra troppo impegnativa. Lo diventerà. Nella scalata iniziale di 12 km decido di correre senza forzare. Tuttavia mi sembra di avvertire buone sensazioni, e senza accorgermene, mi ritrovo al comando da solo. Verso il km 6 inizia a piovere, accompagnato da brevi ma costanti folate di vento. Nella successiva discesa la pioggia diventa intermittente ed il clima inizia ad essere meno rigido. Al km 20 vengo ripreso da un atleta argentino, Sergio Trecaman, proprio al principio della parte tecnica della gara, dove ci sono frequenti attraversamenti di piccoli fiumi e tratti in "single track" molto nervosi. Dopo 500mt capisco che la competizione sarà durissima da qui in avanti. Il fango nel sottobosco arriva oltre le caviglie, così come nelle strade percorse dai quattro ruote i giorni precedenti! Si va fino al ginocchio in molti tratti e la sensazione di instabilità è costante. Dopo 4 km di dura battaglia col fango, rimango stranamente di nuovo solo al comando. Ho quasi esaurito le energie, ma capisco che in tali condizioni l'andamento della gara dipenderà solo dall'agilità col quale si affronterà un tracciato così ostile. Sono ormai oltre il trentesimo km e le sezioni di terreno dove poter correre con appoggi sicuri sono poche davvero, inizio a sognare la discesa finale che mi porterà al traguardo. Supero le ultime difficoltà verso il km 34, appena la strada inizia a scendere mi sento più sollevato. Verso il 37km arriva la crisi, sento tremare le gambe ad ogni impatto al suolo, i muscoli sono allo stremo ormai. Termino gli ultimi tre km di strada bianca pensando a chi cavolo mi ha fatto fare tutto questo, manca poco ormai, scorgo all'orizzonte il lago e l'accampamento fatto di piccole tende blu ordinatamente allineate. Con le poche forze rimaste riesco a tagliare il traguardo. Avverto subito che per l'adduttore destro non è stata una passeggiata di salute, ma dopo pochi minuti mi accorgo che anche il resto dei muscoli non sono messi così bene… - Tappa 2. Il menù del secondo giorno, inizialmente prevedeva il trasporto degli atleti dall'accampamento al punto di partenza per la seconda tappa, che si annunciava ancora più difficile di quella del giorno prima. L'organizzazione, però, considerati gli straripamenti dei fiumi e la bufera che imperversava nella parte più alta del vulcano Puyehue, annuncia la scelta di una soluzione che magari risulterà impopolare per molti concorrenti, ma sicuramente è sensata per garantire la sicurezza. Il percorso alternativo di circa 19km e 600mt+ si svolgerà con partenza dall'accampamento ed arrivo al medesimo punto, con un giro di boa in cima alla salita. Le mie gambe sono davvero messe male. Quella del giorno precedente era la prima discesa che affrontavo dopo 6 mesi, senza contare lo sforzo dovuto a tutto quel fango. La tappa fortunatamente non è lunga, stringo i denti in salita cercando di non perdere la scia di Trecaman, terzo a pochi secondi dal giovane Dakota Jones, ieri. Chiudo al secondo posto a circa 1' dall'argentino, cercando di amministrare il buon vantaggio (circa 8') accumulati il primo giorno. - Tappa 3. La decisione di non salire in cima al Vulcano Casablanca nella terza tappa, che in origine sarebbe dovuta essere di 31km con 1700mt+, è dettata più da un problema logistico per gli atleti che, una volta terminato El Cruce, dovranno oltrepassare la dogana Argentina entro l'orario di chiusura della stessa, alle 20. La giornata infatti si annuncia stupenda. L'alba ci regala scorci del meraviglioso cono del Vulcano Osorno, fino a ieri rimasto nascosto da fitte nebbie. Si parte alle 7.30 dall'accampamento 1, alla volta del Parco Nazionale del Puyehue, sede di partenza dell'ultima fatica. L'organizzazione, a mio modo di vedere, in questo caso pecca di superficialità quando consente a qualsiasi atleta giunto col proprio bus nel luogo di ritrovo, di prendere il via a proprio piacimento, contando sul fatto che ognuno corresse con un microchip. Trecaman, l'avversario più insidioso infatti, è già partito quando il bus riservato agli atleti di classifica arriva sul posto. Dunque la gara diventerà praticamente una corsa contro il tempo per entrambi. Pensavo di poter essere avvantaggiato con una partenza in linea con lui e con Dakota, i più diretti avversari, ma tant'è... I primi 5 km salgono leggeri su una strada carrozzabile, poi il tracciato diventa molto più interessante. Si risale le erte pendici di sabbia lavica del Vulcano Casablanca, su una ski area che in inverno deve essere meta per numerosi sciatori cileni e argentini. Al km 13 si inizia a scendere nella vegetazione rigogliosa, nei tratti ripidi ho difficoltà a correre, i quadricipiti sono davvero allo stremo. Non si conosce esattamente la lunghezza del percorso, per via dell'emergenza in cui l'organizzazione ha dovuto agire questa volta. Comunque è stimato intorno ai 22km, forse di più. Inizio a pregare che finisca tutto al più presto quando, al km 21, cado con la faccia dentro a una buca di fango che mi arriva alla cintura. Lì capisco che le ultime energie mi stanno abbandonando. Esco dal sentiero nella foresta per prendere il rettilineo di strada bianca che conduce all'arrivo, so di non aver fatto una bella prova e non conosco quanto il mio avversario mi possa aver eventualmente guadagnato oggi, però alzo le braccia al cielo ugualmente, quasi fosse una liberazione da quel disagio fisico. L'amico Mauri Pagliacci, argentino con chiare radici italiane, mi dice che sebbene anche oggi abbia corso 3' più lento di Trecaman, la vittoria del Cruce Columbia è mia. Sono molto contento di questo, però il dolore al pube che sento nell'esatto istante in cui mi fermo, mi fa capire quanto azzardata sia stata la decisione di partecipare a questa gara con solo un mese di preparazione alle spalle e senza alcun allenamento specifico. Ma per questo avrò tempo di pensarci nei prossimi giorni. La considerazione che faccio ora è che il livello atletico in campo non fosse comunque elevato. Di certo Dakota Jones, sulla carta il favorito per la vittoria del Cruce, non era in grandi condizioni fisiche. Mentre buoni atleti sudamericani come gli argentini Sergio Trecaman, bravissimo nella seconda e terza tappa, o Gustavo Reyes, infortunato dopo una caduta il primo giorno e costretto al ritiro, arrivano sempre all'appuntamento col Cruce ben preparati. Ad ogni buon conto, rimane la soddisfazione del ritorno agonistico dopo un lungo infortunio, in un evento straordinario assieme a migliaia di corridori, condividendo ogni istante delle giornate del Cruce Columbia. (Foto Organizzazione)



Il barbecue dell'accampamento

Immagine del Vulcano Osorno

Con Dakota al finale dell'ultima tappa

La risalita sulle pendici del Casablanca

Il podio maschile e femminile del Cruce 2014

Terza tappa

Assieme al mio grande compagno di avventura Mic

Una veduta aerea del bellissimo campo 1

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