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Corsa in Montagna

Notizie

El Cruce 2016 Pensieri e parole in libert� dall'accampamento
19 febbraio 2016
Gente della pianura che sogna il Trail Running

La tenue luce de tendone da circo riesce appena ad illuminare questa porzione di fila di tende blu nel grande accampamento, allineate ordinatamente in file da dieci e che riportano ognuna un piccolo numero sull’entrata. Saranno all’incirca le dieci di sera, lo zainetto di gara l'ho ormai preparato e mi appresto a riporre le quattro cose tirate fuori oggi dalla mia borsa per ottimizzare meglio il tempo domattina, quando alle cinque e un quarto, suonerà come di consueto la sveglia. La vita qui al Cruce trascorre con un ritmo lento, durante questi primi due giorni le ore di attesa fra una competizione e l’altra, mi sono sembrate eterne. Il fatto è che terminata la competizione, ammazzare il tempo è l’unica attività da fare per quello che resta della giornata. Nessun cellulare può funzionare durante questi tre giorni, semplicemente perché ci troviamo in luoghi remoti dove non c’è un minimo di copertura di rete. Ieri, un fiume a poche centinaia di metri dall’accampamento aveva dato ristoro sulla sua riva a moltissimi dei concorrenti, rinfrescandoli dalla calura dentro un’acqua limpida come poche altre volte mi era capitato di osservare. Oggi invece solo un piccolo torrente era ubicato a circa un km e mezzo dalle tende, e sicuramente insufficiente ad ospitare le centinaia di corridori desiderosi di riposare le gambe pesanti con un bagno dopo la fatica. Osservando i loro volti qualche ora prima, percepivo che per la maggior parte di essi non doveva essere stato facile portare a termine questa secondo giorno di gara. Per qualcuno, si era trattato di stare sulle gambe oltre sei ore, dopo le sette di ieri. Davvero in molti provengono da zone di pianura di Argentina o Brasile dove ciò che può essere associato a montagne sono dei ponti o dei cavalcavia, e questa cosa mi fa pensare a quanta differenza ci sia con l’Europa, dove chi corre e vive in grandi città o in zone per lo più pianeggianti, raramente si fa contagiare dal virus del Trail, abbandonando - anche per una domenica solamente – la corsa in piano. In questo angolo di mondo, per molti il Cruce rappresenta l’avventura sportiva tanto desiderata, li immagino scrutando più o meno di nascosto le immagini di edizioni precedenti della manifestazione dentro a qualche ufficio o in qualche banca, riponendo una religiosa fiducia in quelle tabelle così asettiche preparate da allenatori - spesso senza il pedegree, ma certamente dai lauti compensi - al fine di poter concludere le tre agognate tappe. Ripenso a come mi sono sembrati entusiasti mentre, sempre quest’oggi, qualcuno di loro mi raccontava di essere letteralmente “esploso” intorno al ventesimo km, a come il “coastering” lungo le rive del lago Larcar ne avesse saggiato le capacità di equilibrio sui suoi bassi fondali di rocce instabili, prima di terminare vanamente, dentro di esso fino al collo condizionando così la prestazione. Dev’essere stata un’esperienza incredibile per loro terminare la prova, e il fatto che domani li aspetterà un tragitto ben più impegnativo per terreno e dislivello, ho percepito che una certa ansia si mischiava al dubbio di essere all’altezza di riuscire a tagliare il traguardo. Di differenze con il “nostro mondo”, per certi versi più inquadrato, meno sprovveduto, ma non di certo più emozionante, ne ho notate davvero tante. Prima che la giornata volgesse al termine, stasera erano ben pochi quelli che accennavano a qualche coro o a qualche ballo sulle note del DJ nel tendone da circo che ospitava la cena. La coda per ottenere dell’ottimo “asado” di carne, paziente e ordinata, sembrava non dover terminare mai, e forse i più stanchi erano proprio i cucinieri, dalla mattina impegnati a dar fuoco sotto la parrilla. Di lì a poco, quando anche i più affamati avevano ottenuto il meritato bis e pure il tris, c’era stato il momento tanto atteso, nel tendone veniva proiettato il video che riassumeva la tappa odierna sul maxi schermo. Tre minuti di immagini intense sapientemente montate dalla regia con una colonna sonora dal volume sufficientemente alto da poter avvertire un battito profondo nel corpo. Nel mentre, ero riuscito a scrutare gli sguardi dei compagni del mio tavolo, di Sergio, di Mauri, di Oihana, di Francois, di Nelson. Tutti rapiti e alienati, come se quello fosse davvero l’unico momento della giornata per il quale valesse la pena essere in quel posto. Rivivere l’immensa fatica portata a fine è un gran modo per caricarsi per il giorno successivo e questo spazio temporale di condivisione significa anche un po’ isolarsi dentro se stessi per potersi emozionare nel proprio intimo. Il tutto in religioso silenzio, fino a scoppiare nell’applauso che sancisce il termine del video. Prima di chiudere la zip della mia tenda azzurra per le poche ore di sonno scomodo che mi dividono dalla nuova alba, do l’ultima occhiata al cielo fuori e mi meraviglio ancora una volta di come in Patagonia le stelle possano sembrare grosse e luccicanti rispetto a quelle che osserviamo ora nella nostra parte di mondo, ormai sopraffatta dalla contaminazione. Domani sarà un giorno importante per tutti, dove una volta tagliato il traguardo ognuno potrà finalmente estrarre il proprio cellulare, che riprenderà a squillare senza tregua, per poi immergersi nel bagno di effimera popolarità sui social network e rendersi orgogliosi di quanto fatto. Ma mi piace pensare che, come dice lo slogan della gara, “El Cruce es diferente!” Che la vita sociale "vera" di questi giorni possa essere ricordata, già da domani, con un po’ di nostalgia.



Una discesa durante la prima tappa con Francois d'Haene

Condividere stanchezza e soddisfazione... Arrivo della seconda tappa

L'arrivo vittorioso a San Martin de los Andes dopo tre tappe e 100Km totali

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